Mestre

Picasso, se io prendo un canestro e schiaccio…

Picasso

 

Oh, Picasso? Hai studiato il movimento? Picasso, se io prendo… sei io prendo un canestro e schiaccio, e poi… Picasso? Hai visto la struttura in acciaio? Picasso, gli edifici e il quadrato: è come un’esplosione di cristallo. Picasso, il pallone. L’hai scordato? Picasso, hai messo questo pezzo e io ho segnato. Ho segnato su un trapezio. Picasso, non c’è gara e non c’è tempo. E io gioco con la mano e con il nervo. Mi scompongo, apoteosi di un campetto. Picasso, anche il restauro e il filamento. Tutto ha un posto e un senso nel concetto. Due su due, quattro su quattro: ogni tiro, ogni palleggio è sovrimpresso. Che me ne faccio? Che me ne faccio di un tubo così fesso? Io l’ho visto, tu mi dici: io l’ho visto mentre tu stavi partendo. Terzo tempo, primo passo, arrivo al ferro. Sono ormai contemporaneo e in mutamento. Ho segnato? Ho sbagliato? Gioco fermo? Cosa resta se frantumi il mio possesso? Picasso? Stai ascoltando? Se io prendo un canestro e schiaccio…

Francesco Sarti

Note a bordo campo

Struttura: monopalo cilindrico; tabellone a parte.

Fondo: cemento.

Accesso: libero.

Indirizzo: via Rielta, Mestre – Venezia

(foto di Alessandro Tomasutti)

Questo non è mai riuscito neanche a Michael Jordan

arcobaleno

Hai sentito che caldo arabo? Un giugno così c’è stato solo nel ’96. L’anno della maturità. Ricordi?

E come se ricordo. Per una sana educazione bisogna evitare gli eccessi. Plutarco, traduzione di greco. Mancava un fottuto iota sottoscritto. E tutti a spaccarci la testa su un aoristo che non esisteva.

Altri modi. Altri tempi. Quell’anno Milano, con Tanjevic, Bodiroga e Gentile (padre) vinceva lo scudetto.

E la tua adorata Fortitudo coglieva la prima di una gloriosa serie di sconfitte.

È vero. Però ci giocava il mio idolo Sasha Djordjevic, ma non andiamo oltre. Altrimenti penso ai Johnson-Odom e ai Tony Mitchell di oggi e mi viene da svuotare una scatola di Prozac.

Dimmi allora. Continua a leggere

Confessioni di un tram

Marghera

 

Sono bello e sgangherato. Sono fatto per muovermi, ma molto spesso mi fermo, per dispetto. Scellerato. Sarà perché mi tocca andare sempre e soltanto indietro e avanti e non posso mai scartare di lato, come i bufali. È un mestiere, come tanti.

Ho le antenne ma non pungo, sibilo ma non ho le ali. Mi snodo, ma non sono un serpente. Ho un cugino molto più veloce di me che però di ruote ne ha due. A me invece tocca fare gli equilibrismi, una vita da acrobata sospeso su un filo d’argento. Da qua a là. Sono un tram. Continua a leggere

Se una sera d’estate un camminatore

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Non posso farci niente se le ore più belle per me sono quelle al calar della sera. Il rumore delle serrande dei negozi che si abbassano. Le commesse che inforcano le biciclette. I camerieri che asciugano gli ultimi bicchieri seguendo con sguardo distratto i pochi passanti. Qualcuno fuma seduto su uno sgabello fuori da un bar, mentre il tram sferza la rotaia e riparte.

Quasi nessuno cammina a quell’ora in città. Al più la gente si sposta o rientra. Eppure è istruttivo attraversare quella terra di mezzo durante la quale tutti stanno facendo qualcos’altro, come spogliarsi, amare, lavarsi, cucinare, litigare, mangiare, distendersi. Attraversando d’estate la città, in questo tempo sospeso, si scoprono cose che diresti mai. Continua a leggere

Canestri in attesa di giudizio

Campo viale San Marco Mestre - Venezia

 

Ho appena visto due polsi ammanettati. Frequentato corridoi senza capire. Salutato guardie armate con un cenno. Sono le tre del pomeriggio, a stomaco vuoto. Il mio Dominus cammina a passo spedito: fa il podista a tempo perso. La sua udienza è un dibattimento mancato per un vizio di notifica, ma vale lo stesso per la firma di presenza sul mio libretto da praticante avvocato. Per arrivarci abbiamo assistito a una fila di direttissime. Ho la testa piena di furti, oltraggi a pubblici ufficiali e rapine in flagranza. Di facce in silenzio. È in programma il solito, salvifico, tramezzino in centro. Ma prima bisogna superare il cortile del tribunale, percorrere e lasciare un breve tratto del viale e incunearsi tra le auto, sotto il sole a picco. È già primavera.

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E poi arrivava Roby

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Per noi era il campetto dei giardini. I giardini sono quelli di viale Don Sturzo, zona nord di Mestre, un rettangolo di verde ritagliato tra i palazzoni di un quartiere cresciuto negli anni Settanta. Avremmo scoperto molto tempo dopo che sotto a quei prati – e a quel nostro campetto da basket – erano state sotterrate tonnellate di fanghi nocivi, scorie di Porto Marghera messe li a tappare il buco delle vecchie cave prosciugate. Allora non lo sapevamo e forse – forse – è stato meglio così, perché su quel campetto abbiamo passato dei pomeriggi fantastici. Continua a leggere