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PlayGroundZero

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Non c’è nessun canestro a Ground Zero. Nessuno a parte quello della mia immaginazione, mentre guardo dal 102esimo piano del nuovo One World Trade Center la piscina che una volta era una torre. Sarà per via della sagoma, del foro al centro, del buio. O per le miriadi di rivoli d’acqua che ci scivolano dentro, tutti i giorni, senza mai fermarsi. Continua a leggere

San Giuliano, il Parco più grande d’Europa (senza l’ombra di un canestro)

San Giuliano

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Settecento-ettari. Pari a settemilioni-di-metri-quadrati.                                               

L’equivalente di sedicimilaseicentosessantasei,666 periodico-campi-da-basket. Sono le dimensioni del Parco di San Giuliano, l’area verde che lambisce la laguna di Venezia, tra il Centro storico e Mestre. Tempo fa si diceva fosse il “parco urbano” più grande d’Europa. Secondo alcuni sarebbe il diciannovesimo più grande al mondo.  Continua a leggere

Vista dalla gabbia, Marghera sembra Brooklyn

Campo  da basket via Cattani Marghera, Venezia

 

Dalle parti del fiume Hudson le chiamano “the cages”, le gabbie. Sono i playground newyorkesi delimitati da alte recinzioni metalliche, circondati da palazzoni interminabili e scale esterne anticendio. Quello che nell’immagine sembra un angolo di Brooklyn, è invece uno scorcio di Marghera, a due passi dal quartiere Cita.

I tabelloni non sono recenti, ma essenziali e danno l’impressione di una rigidità che non perdona esitazioni al tiro. Risalgono sicuramente almeno agli anni Ottanta, quando il lato inferiore e l’attacco dell’anello non erano allineati. Il tag scolorito di un writer alle prime armi, che assomiglia a qualcosa come “Cina”, è l’unica forma di espressione concessa. Continua a leggere

“Dezzare” all’ombra della Madunina

Campo via Dezza, Milano

 

Ci si è appeso al ferro anche KD, comparso in un giorno di settembre, come un Brambilla qualsiasi o i Rashid di ogni giorno. Zona Papiniano, a due passi da San Vittore, i platani fanno da contorno al campetto di via Dezza, dove nobili parabole e crossover di belle speranze fluttuano fra le pm10 in uno dei più frequentati playground milanesi.

Pavimentazione rossastra, canestri e tabelloni quasi sempre in ordine, le auto come cornice sonora in un contesto comunque non da rush hour; di recente intitolato a Mario Borella, il rettangolo di via Dezza è veramente un punto di riferimento ormai storico della palla a spicchi meneghina. Punto di incontro casuale o sempre più spesso location di eventi sponsorizzati, è ancora una realtà verace di uno sport “che pulsa dal basso”, e dove atletismo e fondamentali si fondono con lo show-off del basketware alla moda.

L’affollamento è notevole, soprattutto nel secondo pomeriggio e nei sabati di bella stagione (ma non solo), e la frequentazione è varia, chiassosa il giusto e ben autodisciplinata. Tra regolamento affisso e tanta presenza sui social media, i turni di “dezzate” sono ben gestiti e, come in tutti i campetti di rango, ci spopolano maghi e leader della crew.

In una Milano ammaliata da una AJ un po’ Olimpia un po’ McDonald, un luogo dai e vai che pretende retine integre. Palleggio, arresto e tiro, grazie.

Matteo Alzetta

 

Note a bordo campo

Fondo: cemento, uniforme in buone condizioni.

Canestri: strutture monopalo.

Accesso: pubblico, scarsa illuminazione serale.

Indirizzo: via Dezza, Milano.

 

(foto di: Matteo Alzetta)

Il miglior basket di sempre

Campo del patronato del Sacro Cuore, Mestre - Venezia

 

Forse era il primo sciopero.  La memoria non aiuta a ricordarne i motivi, ma non è detto che allora ce ne fossero. In ogni caso si sarebbe trattato di un più che legittimo tentativo di fuga dall’asfissiante prof di “tutte-le-materie-a-parte-matematica-e-inglese”, ovvero l’insegnante che al ginnasio in una settimana vedevi tanto quanto un componente del tuo nucleo familiare ristretto. Una delle peggiori perfidie inventate dal sistema scolastico italiano.

Fuori dai cancelli del liceo, quelli più grandi hanno già preso da un pezzo la strada di qualche bar, per giocare a stecca, o del parco. Noi ginnasiali del primo anno ci tratteniamo un po’ di più, non ancora avvezzi a consumare rapidamente i sensi di colpa della mancata entrata in aula. Per fortuna il Rizzo, ripetente non pentito – e per questo – riferimento morale dell’esigua componente maschile della classe, rompe gli indugi e tra le differenti proposte di assenza ci infila dentro anche un tre contro tre su qualche campo dei dintorni. Continua a leggere